Cospirazionismo di Fabrizio Carli


Non esiste una definizione precisa per il concetto di cospirazionismo e le immagini e i sentimenti che esso suscita. Si può provare a fornire una definizione fenomenologica generale valida al di là delle specifiche contingenze (ipotesi, teorie cospirazioniste). In questa ottica si può parlare di cospirazionismo come di un procedimento mentale congetturale che porta organizzazioni e/o singoli individui a ritenere che la realtà sia assolutamente altro da ciò che noi tutti percepiamo. La realtà quotidiana si identifica così con una cospirazione (o una simulazione) che nasconde uno stato delle cose ben diverso e, generalmente, non accessibile ai più. Gli unici momenti di consapevolezza di questo tipo di inganno si manifestano attraverso sensazioni, congetture e ipotesi.
Il complotto è la “misura minima” della cospirazione, che in ultima analisi risulta essere la somma organizzata e coerente di più complotti perpetrati segretamente ai danni o alle spalle di singoli esseri umani o di intere nazioni.
Questa definizione sommaria del fenomeno lascia aperte almeno due questioni fondamentali: chi è l’artefice di simili macchinazioni realizzate su così vasta scala? Per quale motivo tali simulazioni sono architettate? Per rispondere a queste domande si deve abbandonare l’ambito della descrizione fenomenologica e addentrarsi nelle congetture cospirazioniste vere e proprie.
Tra le risposte alla prima domanda la più accreditata sostiene che siano i governi mondiali a occuparsi di generare questo tipo di simulazione. Si tratta di una variazione della teoria, non cospirazionista, dell’introversione del principio della violenza militare enunciata dall’urbanista francese Paul Virilio (1984): conclusi i grandi conflitti mondiali, gli stati avrebbero rivolto la forza militare contro i propri civili. Tale meccanismo sarebbe necessario al fine di produrre una sorta di “valvola di sfogo” per il braccio armato dello Stato. Di fatto, il cospirazionismo come specifico modo di intendere la realtà è un fenomeno che emerge con la fine del secondo conflitto mondiale. Uno dei governi più attivi nelle pratiche di sistematica negazione della realtà sarebbe quello degli Stati Uniti, sia per motivi di centralità strategica, sia per motivi genealogici intrenseci al cospirazionismo stesso che ha i suoi natali proprio in terra statunitense.
Anche sui motivi che spingerebbero i governi a progettare realtà fittizie esiste una linea guida principale: fondamentalmente l’inganno è, machiavellicamente, parte integrante e indissoluibile del potere politico ed economico. Tuttavia nell’ottica cospirazionista il segreto (che sottosta all’inganno) diviene materia stessa di congetture e spesso, questa è l’ipotesi, la forza e il carisma di un governo poggiano su principi di natura “esotica” (esoterismo, extra-terrestrità) che se disvelati porterebbero all’evento catastrofico di distruzione dell’integrità del tessuto sociale mondiale (anomia totale).
Quella che segue è una parzialissima selezione di alcuni tra i più classici temi del cospirazionismo contemporaneo: la presenza di alieni sul pianeta Terra; la morte di John Fitzgerald Kennedy ad opera dei servizi segreti statunitensi; il falso allunaggio dell’Apollo 11; la creazione di un Governo Mondiale transnazionale; l’esistenza di una rete di controllo globale; l’avvelenamento sistematico del cibo. Lateralmente allo sguardo cospirazionista troviamo quelle teorie riguardanti la presunta falsa morte di personaggi famosi come Elvis Presley, Jim Morrison, Nico, Marilyn Monroe.
Una questione essenziale lasciata aperta dal cospirazionismo è la seguente: se noi tutti viviamo in una simulazione (in altre parole, se la simulazione è la nostra immanenza) come è possibile che alcuni individui riescano, anche solo per un momento, ad “elevarsi” al di sopra di questo stato di cose in modo da ipotizzare l’esistenza di un complotto? Si tratta in sostanza del problema posto, cinematograficamente, dal film Matrix: come può Neo (il protagonista) percepire la natura del mondo virtuale in cui vive con il resto dell’umanità se questo è l’unico mondo che egli può conoscere? Per fornire una risposta a questa domanda il film deve necessariamente ricorrere all’ipotesi di un gruppo di umani originariamente sfuggiti al controllo da parte delle macchine (ovvero di umani che vivono in uno spazio extra-immanente rispetto al resto dell’umanità) che sottraggono Neo alla realtà virtuale in cui vive per aprirgli gli occhi sulla verità.
Un’altra possibile risposta ci viene dal film The Truman show: come può Truman che vive, senza saperlo, da sempre su un set cinematografico rendersi conto della realtà fittizia del proprio mondo? Anche in questo caso il film ricorre ad un debordamento della realtà nel mondo di Truman: alcuni attivisti di un movimento per la liberazione di Truman tentano delle infiltrazioni sul set del The Truman Show. Un tipo di soluzione non dissimile ci proviene dal racconto di Philip Dick che, non ufficialmente, ha ispirato la trama di The Truman Show: Tempo fuori luogo (1959). Uno dei protagonisti ha la sensazione di aver compiuto un azione familiare (accendere un interruttore a cordicella) che invece non lo è (nella sua casa non ci sono mai stati interruttori a cordicella). Questa azione fa ipotizzare al personaggio di Dick di aver vissuto una vita di cui non possiede più memoria ma che di tanto in tanto riemerge attraverso tracce apparentemente insignificanti (accendere un interruttore a cordicella che non esiste). Si scoprirà in seguito che costui vive effettivamente in una complessa simulazione e che, quindi, l’interruttore a cordicella altro non è che il ricordo di una vita pregressa vissuta al di fuori della simulazione.
La soluzione dickiana è stata, in tempi più recenti, sistematizzata dal sociologo francese Jean Baudrillard (1994), il quale ci spiega che la realtà è stata fagocitata dalla potenza di un medium come la televisione e che la rappresentazione che questa ci restituisce è di fatto un’iperrealtà (una accurata selezione e ripulitura della realtà). L’iperrealtà è, secondo Baudrillard, così compenetrata nel nostro apparato percettivo da essere vissuta come l’unica realtà (altrove, in modo provocatorio, Baudrillard ha sostenuto che la Guerra del Golfo potrebbe non esserci mai stata dato che si è trattato soprattutto di un conflitto ad uso e consumo dei media). Nonostante l’iperrealtà, “brandelli” di realtà sfuggono di tanto in tanto all’ordine dell’iperreale irrompendo drasticamente nella nostra vita. Come per Dick si tratta di una sorta di riemersione del rimosso, del riaffiorare di una realtà “alternativa”. In questo modo Baudrillard arriva a ribaltare la propria asserzione di partenza affermando che l’omicidio della realtà da parte dell’iperreale è un delitto imperfetto.
Il principio di propagazione delle teorie cospirazioniste non è dissimile da quello delle cosiddette “leggende metropolitane”. Dal punto di vista della velocità di propagazione le teorie cospirazioniste possono essere parzialmente spiegate mediante la cosiddetta teoria dei "sei gradi di separazione" del sociologo Stanley Milgram secondo cui un essere umano preso a caso è collegato a qualsiasi altra persona sulla Terra da una catena di non oltre sei individui. Questa catena probabilistica coadiuverebbe, in certe condizioni, l’estrema velocità di diffusione di idee anche al di fuori del circuito dei grandi media (passa parola).
Dal punto di vista dei contenuti, il cospirazionismo ha forti analogie con i processi di disinformazione, qui nel doppio ruolo di disinformazione che cela la realtà e disinformazione che informa sulla realtà celata. In entrambi i casi la caratteristica più evidente è quella della non tracciabilità della fonte. Questa assenza di “curriculum” rende le teorie cospirazioniste altamente autoreferenziali. Proprio i modelli della disinformazione, delle leggende metropolitane e del preconcetto sembrano ispirare una disciplina chiamata memetica. La memetica partendo dall’accostamento comportamentale di linguaggio e propagazione biologica (l’uomo è il portatore sano del virus linguaggio) si pone l’obiettivo di spiegare la diffusione delle idee e delle convenzioni sociali secondo modelli mutuati dai paradigmi evoluzionistici darwiniani (Dawkins 1976). In questo ambito la memetica spiegherebbe che la propagazione delle teorie cospirazioniste proprio a partire dalla loro non tracciabilità e dalla loro capacità di mappatura del contesto (adattamento al contesto) si propongono come “organismi” particolarmente adatti alla propria riproduzione e diffusione grazie alla capacità di esercitare fascinazione e di generare consenso. Non tracciabilità e mappatura del contesto creano un’analogia anche tra le teorie della cospirazione e quei fenomeni che definiamo genericamente come mode. Naturalmente in questo caso è necessario operare una distinzione tra le mode scaturite accidentalmente dal convergere di innumerevoli fattori della fisica sociale (Willis 1999) e i progetti di moda studiati, per così dire, “a tavolino”. Anche in questo secondo caso, dismettendo gli abiti dell’indagatore e indossando per un attimo quelli del cospirazionista, si potrebbe affermare che riuscire a progettare scientificamente una moda è un po’ come ordire un complotto: in sostanza si indurranno milioni di persone a comportarsi in un certo modo lasciando loro l’illusione di aver operato una scelta in completa autonomia.


Pubblicato in Lessico della Comunicazione Meltemi 2004.


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