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Non esiste una definizione precisa per il concetto di cospirazionismo
e le immagini e i sentimenti che esso suscita. Si può provare
a fornire una definizione fenomenologica generale valida
al di là delle specifiche contingenze (ipotesi, teorie cospirazioniste).
In questa ottica si può parlare di cospirazionismo come
di un procedimento mentale congetturale che porta organizzazioni
e/o singoli individui a ritenere che la realtà sia assolutamente
altro da ciò che noi tutti percepiamo. La realtà quotidiana
si identifica così con una cospirazione (o una simulazione)
che nasconde uno stato delle cose ben diverso e, generalmente,
non accessibile ai più. Gli unici momenti di consapevolezza
di questo tipo di inganno si manifestano attraverso sensazioni,
congetture e ipotesi.
Il complotto è la “misura minima” della cospirazione, che
in ultima analisi risulta essere la somma organizzata e
coerente di più complotti perpetrati segretamente ai danni
o alle spalle di singoli esseri umani o di intere nazioni.
Questa definizione sommaria del fenomeno lascia aperte almeno
due questioni fondamentali: chi è l’artefice di simili macchinazioni
realizzate su così vasta scala? Per quale motivo tali simulazioni
sono architettate? Per rispondere a queste domande si deve
abbandonare l’ambito della descrizione fenomenologica e
addentrarsi nelle congetture cospirazioniste vere e proprie.
Tra le risposte alla prima domanda la più accreditata sostiene
che siano i governi mondiali a occuparsi di generare questo
tipo di simulazione. Si tratta di una variazione della teoria,
non cospirazionista, dell’introversione del principio della
violenza militare enunciata dall’urbanista francese Paul
Virilio (1984): conclusi i grandi conflitti mondiali, gli
stati avrebbero rivolto la forza militare contro i propri
civili. Tale meccanismo sarebbe necessario al fine di produrre
una sorta di “valvola di sfogo” per il braccio armato dello
Stato. Di fatto, il cospirazionismo come specifico modo
di intendere la realtà è un fenomeno che emerge con la fine
del secondo conflitto mondiale. Uno dei governi più attivi
nelle pratiche di sistematica negazione della realtà sarebbe
quello degli Stati Uniti, sia per motivi di centralità strategica,
sia per motivi genealogici intrenseci al cospirazionismo
stesso che ha i suoi natali proprio in terra statunitense.
Anche sui motivi che spingerebbero i governi a progettare
realtà fittizie esiste una linea guida principale: fondamentalmente
l’inganno è, machiavellicamente, parte integrante e indissoluibile
del potere politico ed economico. Tuttavia nell’ottica cospirazionista
il segreto (che sottosta all’inganno) diviene materia stessa
di congetture e spesso, questa è l’ipotesi, la forza e il
carisma di un governo poggiano su principi di natura “esotica”
(esoterismo, extra-terrestrità) che se disvelati porterebbero
all’evento catastrofico di distruzione dell’integrità del
tessuto sociale mondiale (anomia totale).
Quella che segue è una parzialissima selezione di alcuni
tra i più classici temi del cospirazionismo contemporaneo:
la presenza di alieni sul pianeta Terra; la morte di John
Fitzgerald Kennedy ad opera dei servizi segreti statunitensi;
il falso allunaggio dell’Apollo 11; la creazione di un Governo
Mondiale transnazionale; l’esistenza di una rete di controllo
globale; l’avvelenamento sistematico del cibo. Lateralmente
allo sguardo cospirazionista troviamo quelle teorie riguardanti
la presunta falsa morte di personaggi famosi come Elvis
Presley, Jim Morrison, Nico, Marilyn Monroe.
Una questione essenziale lasciata aperta dal cospirazionismo
è la seguente: se noi tutti viviamo in una simulazione (in
altre parole, se la simulazione è la nostra immanenza) come
è possibile che alcuni individui riescano, anche solo per
un momento, ad “elevarsi” al di sopra di questo stato di
cose in modo da ipotizzare l’esistenza di un complotto?
Si tratta in sostanza del problema posto, cinematograficamente,
dal film Matrix: come può Neo (il protagonista) percepire
la natura del mondo virtuale in cui vive con il resto dell’umanità
se questo è l’unico mondo che egli può conoscere? Per fornire
una risposta a questa domanda il film deve necessariamente
ricorrere all’ipotesi di un gruppo di umani originariamente
sfuggiti al controllo da parte delle macchine (ovvero di
umani che vivono in uno spazio extra-immanente rispetto
al resto dell’umanità) che sottraggono Neo alla realtà virtuale
in cui vive per aprirgli gli occhi sulla verità.
Un’altra possibile risposta ci viene dal film The Truman
show: come può Truman che vive, senza saperlo, da sempre
su un set cinematografico rendersi conto della realtà fittizia
del proprio mondo? Anche in questo caso il film ricorre
ad un debordamento della realtà nel mondo di Truman: alcuni
attivisti di un movimento per la liberazione di Truman tentano
delle infiltrazioni sul set del The Truman Show. Un tipo
di soluzione non dissimile ci proviene dal racconto di Philip
Dick che, non ufficialmente, ha ispirato la trama di The
Truman Show: Tempo fuori luogo (1959). Uno dei protagonisti
ha la sensazione di aver compiuto un azione familiare (accendere
un interruttore a cordicella) che invece non lo è (nella
sua casa non ci sono mai stati interruttori a cordicella).
Questa azione fa ipotizzare al personaggio di Dick di aver
vissuto una vita di cui non possiede più memoria ma che
di tanto in tanto riemerge attraverso tracce apparentemente
insignificanti (accendere un interruttore a cordicella che
non esiste). Si scoprirà in seguito che costui vive effettivamente
in una complessa simulazione e che, quindi, l’interruttore
a cordicella altro non è che il ricordo di una vita pregressa
vissuta al di fuori della simulazione.
La soluzione dickiana è stata, in tempi più recenti, sistematizzata
dal sociologo francese Jean Baudrillard (1994), il quale
ci spiega che la realtà è stata fagocitata dalla potenza
di un medium come la televisione e che la rappresentazione
che questa ci restituisce è di fatto un’iperrealtà (una
accurata selezione e ripulitura della realtà). L’iperrealtà
è, secondo Baudrillard, così compenetrata nel nostro apparato
percettivo da essere vissuta come l’unica realtà (altrove,
in modo provocatorio, Baudrillard ha sostenuto che la Guerra
del Golfo potrebbe non esserci mai stata dato che si è trattato
soprattutto di un conflitto ad uso e consumo dei media).
Nonostante l’iperrealtà, “brandelli” di realtà sfuggono
di tanto in tanto all’ordine dell’iperreale irrompendo drasticamente
nella nostra vita. Come per Dick si tratta di una sorta
di riemersione del rimosso, del riaffiorare di una realtà
“alternativa”. In questo modo Baudrillard arriva a ribaltare
la propria asserzione di partenza affermando che l’omicidio
della realtà da parte dell’iperreale è un delitto imperfetto.
Il principio di propagazione delle teorie cospirazioniste
non è dissimile da quello delle cosiddette “leggende metropolitane”.
Dal punto di vista della velocità di propagazione le teorie
cospirazioniste possono essere parzialmente spiegate mediante
la cosiddetta teoria dei "sei gradi di separazione" del
sociologo Stanley Milgram secondo cui un essere umano preso
a caso è collegato a qualsiasi altra persona sulla Terra
da una catena di non oltre sei individui. Questa catena
probabilistica coadiuverebbe, in certe condizioni, l’estrema
velocità di diffusione di idee anche al di fuori del circuito
dei grandi media (passa parola).
Dal punto di vista dei contenuti, il cospirazionismo ha
forti analogie con i processi di disinformazione, qui nel
doppio ruolo di disinformazione che cela la realtà e disinformazione
che informa sulla realtà celata. In entrambi i casi la caratteristica
più evidente è quella della non tracciabilità della fonte.
Questa assenza di “curriculum” rende le teorie cospirazioniste
altamente autoreferenziali. Proprio i modelli della disinformazione,
delle leggende metropolitane e del preconcetto sembrano
ispirare una disciplina chiamata memetica. La memetica partendo
dall’accostamento comportamentale di linguaggio e propagazione
biologica (l’uomo è il portatore sano del virus linguaggio)
si pone l’obiettivo di spiegare la diffusione delle idee
e delle convenzioni sociali secondo modelli mutuati dai
paradigmi evoluzionistici darwiniani (Dawkins 1976). In
questo ambito la memetica spiegherebbe che la propagazione
delle teorie cospirazioniste proprio a partire dalla loro
non tracciabilità e dalla loro capacità di mappatura del
contesto (adattamento al contesto) si propongono come “organismi”
particolarmente adatti alla propria riproduzione e diffusione
grazie alla capacità di esercitare fascinazione e di generare
consenso. Non tracciabilità e mappatura del contesto creano
un’analogia anche tra le teorie della cospirazione e quei
fenomeni che definiamo genericamente come mode. Naturalmente
in questo caso è necessario operare una distinzione tra
le mode scaturite accidentalmente dal convergere di innumerevoli
fattori della fisica sociale (Willis 1999) e i progetti
di moda studiati, per così dire, “a tavolino”. Anche in
questo secondo caso, dismettendo gli abiti dell’indagatore
e indossando per un attimo quelli del cospirazionista, si
potrebbe affermare che riuscire a progettare scientificamente
una moda è un po’ come ordire un complotto: in sostanza
si indurranno milioni di persone a comportarsi in un certo
modo lasciando loro l’illusione di aver operato una scelta
in completa autonomia.
Pubblicato in Lessico della Comunicazione
Meltemi 2004.
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