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Letteralmente, per determinismo tecnologico si intende una
visione della storia in cui la tecnologia viene isolata
come variabile decisiva, capace di sovradeterminare gi altri
aspetti della realtà (economia; organizzazione del lavoro;
cultura: questo dipende dalle scuole e dagli ambiti di riflessione).
Come appare da questa definizione, esiste un limite ricorrente,
negli approcci deterministi, e cioè la tendenza a prendere
in esame non tanto una precisa storia tecnologica (un artefatto;
un sistema di produzione), quanto la stessa categoria di
tecnologia - naturalmente contrapposta ad un'altrettanto
vaga categoria società - che di per sé è certamente troppo
generica. A guardare più specificamente la ricerca sui media,
comunque, il determinismo tecnologico si è manifestato in
queste opzioni:
1) al principio era la Scuola di Toronto, per cui il termine
va usato nel senso più forte. Secondo Innis e McLuhan, infatti
- e al di là delle differenze tra i due - le tecnologie
della comunicazione hanno un vero e proprio potere di riconfigurazione
della realtà, spiegabile con l'azione sulla percezione dello
spazio e del tempo (Innis), ovvero con l'investimento di
alcune particolari facoltà sensoriali (McLuhan). Per questa
ragione, l'intera storia della civilizzazione può essere
spiegata come una serie di compressioni determinate dall'evoluzione
delle tecnologie del comunicare.
2) Un modo razionale (e infatti non troppo diffuso) di dare
seguito al modello Innis-McLuhan, probabilmente, è quello
di ridimensionare un po' gli obiettivi di conoscenza, per
occuparsi non tanto del nesso tra tecnologie e fasi della
civiltà (che è un tema affascinante, ma assai difficile
da dimostrare), quanto dell'opera di incorniciamento dei
significati (framing) dovuta alle tecnologie della comunicazione,
e delle conseguenze in termini di costruzione della realtà.
Su questa linea, il grande lavoro di Meyrowitz sugli effetti
della televisione sull'organizzazione sociale; ed è un precedente
tanto isolato quanto incoraggiante.
3) Più spesso, la sociologia dei media ha invece sviluppato
un'altra linea del pensiero di McLuhan, e cioè il rapporto
tra le tecnologie, lo sviluppo degli emisferi cerebrali
e la fisiologia della percezione (sulla base delle categorie
mcluhaniane di "estensione dei sensi" e di "esteriorizzazione
del sistema nervoso"). Tema interessante, su cui tuttavia
i mediologi - essendo inevitabilmente privi di competenze
neurologiche - hanno fatto più confusione che altro (come
su questo, peraltro, già fece McLuhan).
4) Un'altra possibile versione del determinismo, ancora
marginale nella ricerca sui media, viene dalla storia della
tecnica, ed è sintetizzabile nella categoria di "tecnologia
caratterizzante" coniata da Jay David Bolter. L'idea, in
breve, è che alcune tecnologie assumano una particolare
centralità per la propria epoca, prestandosi come modello
e matrice ideale di organizzazione della conoscenza. L'aspetto
interessante, qui, è come le tecnologie incorporino in sé
alcuni modelli di razionalità, socialmente costruiti, per
poi restituirli, con la forza di spiegazione universale
della metafora, all'intera struttura sociale.
5) Un ultimo aspetto - a sua volta non così frequentato,
nella ricerca sulla comunicazione - è lo studio dei media
come artefatti tecnologici, che richiede competenze soprattutto
di ergonomia e di semiotica degli oggetti. In questo caso,
l'attenzione è tutta sui media (ma il discorso è generalizzabile
a tutto gli oggetti di uso quotidiano) in quanto artefatti
che, per la loro conformazione, si prestano soltanto a determinati
tipi di usi - chiudono le possibilità di utilizzo, teoricamente
infinite, incorporando nel loro design o nella loro interfaccia
il comportamento più funzionale.
Quanto alla fortuna del modello, infine, non si può dire
che siano tempi favorevoli, per chi segue (o ammetta di
seguire) un'opzione di determinismo tecnologico. Anche perché,
a dire il vero, l'attacco al determinismo (troppo riduttivo;
troppo parziale; troppo unilaterale - come se questi non
fossero i requisiti di una spiegazione scientifica) ha significato,
più in generale, un inevitabile attacco alla logica della
ricerca e dell'attribuzione di causalità. E questo è, evidentemente,
un buon motivo per difendere il determinismo, con tutti
i suoi limiti.
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