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La traduzione letterale di industrial
design è disegno industriale. Spesso lo stesso concetto è
espresso mediante una contrazione che, più o meno volontariamente,
centra l’attenzione sugli aspetti “artistici” di questo specifico
filone di progettazione tralasciando quelli legati alla sua
collocazione in ambito industriale. La definizione di industrial
design diventa allora quella di design. In tutti questi casi
vale lo stesso tipo di definizione: progetto estetico dedicato
alla produzione in serie di oggetti d’uso e orientato alle
opportunità del mercato.
Sinteticamente la storia dell’industrial design attraversa
tre diverse fasi storiche: quella in cui l’oggetto industriale
è accompagnato da motivi ornamentali classici, quella in cui
prevale la funzione (l’oggetto non deve possedere inutili
ornamenti e la sua forma deve rispecchiare direttamente la
funzione) e la fase in cui si sviluppa un paradigma scientifico
che orienta il disegno alla funzione ma anche agli aspetti
ornamentali necessari a rendere più appetibile l’oggetto.
E’ necessario, tuttavia, soffermarsi sul design come progetto
di comunicazione, per lo più trascurato dagli studi tradizionali
di questo settore.
Il rapporto che lega l’oggetto artigianale al proprio utilizzatore
è di tipo specifico: colui che nelle odierne società occidentali
lo acquista, acquisisce con esso la sua tracciabilità storica
e funzionale. In altre parole, le informazioni sulla storia
e sulle modalità di funzionamento dell’oggetto artigianale
lo seguono mediante il rapporto che intercorre tra utente
e artigiano o tra utente e strutture commerciali impegnate
nel rappresentare culturalmente alcuni tratti dell’opera.
Per questo motivo l’oggetto artigianale può assumere forme
e motivi non conformi alle nostre aspettative. Quando il rapporto
tra tracciabilità dell’oggetto artigianale e utente viene
meno l’oggetto si è ricollocato, con ogni probabilità, su
un nuovo piano di senso (come nel caso del collezionismo).
L’oggetto industriale, invece, è caratterizzato dalla sottrazione
delle specificità informative presenti in quello artigianale.
Il sistema della comunicazione sulle modalità d’uso e sulla
provenienza si è trasferito su un supporto altamente specializzato:
quello delle istruzioni per l’uso che accompagnano l’oggetto.
La prima comunicazione che l’oggetto deve offrire (una comunicazione
che possiamo definire di primo livello) è riferita alla sua
funzione. Per attuare questo servizio, il design deve comunicare
la propria destinazione d’uso fornendo all’utente un servizio
d’interfaccia capace di predisporlo psicologicamente a un
determinato rapporto con l’oggetto e a una determinata modalità
di utilizzo di questo. Il design costituisce, quindi, la prima
forma di comunicazione e di interfacciamento con l’oggetto:
nella misura in cui l’oggetto comunica efficacemente la propria
destinazione d’uso, attraverso un disegno funzionale, il suo
design sarà utile allo scopo per cui è stato pensato. Le istruzioni
per l’uso allegate svolgono allora un compito di approfondimento
sulle funzioni, una sorta di comunicazione di secondo livello.
Se il primo livello di comunicazione non è stato soddisfatto,
se l’utente non ha compreso la destinazione d’uso dell’oggetto,
il secondo può non attivarsi.
Nonostante la pretesa naturalistica di voler associare forme
e materiali a tendenziali modi d’impiego, ci sembra che nel
campo della funzionalità prevalga la regola della coazione
a ripetere in modo da legare, per mezzo di abitudini percettive,
forme e materiali a determinate funzioni. Una volta sedimentata
questa associazione si potranno proporre delle varianti di
innovazione spingendo l’oggetto, in taluni casi, fino a porlo
in un campo che è quello dell’oggetto artistico (è il caso
di molti dei contemporanei oggetti di design). Al fine di
ottenere un sistema di associazioni stabili il design è supportato
da discipline come l’ergonomia e soprattutto l’ergonomia cognitiva
che oltre a predire le possibili associazioni di forma e destinazione
d’uso, si occupa di monitorare sul corretto utilizzo dell’oggetto
(sulla sua capacità di comunicare la destinazione d’uso) in
modo da prevenire quella che Umberto Eco definisce “decodifica
aberrante” nel processo comunicativo (Eco 1975). Questa comunicazione
“blindata” ha principalmente due scopi: la sicurezza (l’oggetto
non deve essere mal interpretato e la sua funzione non deve
essere scambiata, più o meno volontariamente, con altre funzioni)
e la salvaguardia del circuito di circolazione delle merci
(gli oggetti non devono essere ritenuti sostituibili con altri
oggetti).
Il design è quindi a tutti gli effetti un progetto per
la comunicazione dotato di sintassi e di percorsi narrativi
veri e propri che oltre a comunicare funzioni e destinazione
d’uso suggeriscono all’utente atteggiamenti da tenere e comportamenti
da adottare non solo in relazione all’oggetto ma più in generale
rispetto all’ambiente circostante. In questo senso, si parla
di una vera e propria acquisizione di status dell’utente che
gli proviene dal rapporto con l’oggetto. Questo processo di
transizione di informazioni riguarda così esplicitamente le
discipline interessate alle comunicazione da divenire materia
di studio della semiotica (Semprini 1999, Landowsky Marrone
2002) che indaga gli aspetti emotivi e narrativi del design.
Pubblicato in Lessico della
Comunicazione Meltemi 2004.
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