Industrial design di Fabrizio Carli

La traduzione letterale di industrial design è disegno industriale. Spesso lo stesso concetto è espresso mediante una contrazione che, più o meno volontariamente, centra l’attenzione sugli aspetti “artistici” di questo specifico filone di progettazione tralasciando quelli legati alla sua collocazione in ambito industriale. La definizione di industrial design diventa allora quella di design. In tutti questi casi vale lo stesso tipo di definizione: progetto estetico dedicato alla produzione in serie di oggetti d’uso e orientato alle opportunità del mercato.
Sinteticamente la storia dell’industrial design attraversa tre diverse fasi storiche: quella in cui l’oggetto industriale è accompagnato da motivi ornamentali classici, quella in cui prevale la funzione (l’oggetto non deve possedere inutili ornamenti e la sua forma deve rispecchiare direttamente la funzione) e la fase in cui si sviluppa un paradigma scientifico che orienta il disegno alla funzione ma anche agli aspetti ornamentali necessari a rendere più appetibile l’oggetto.
E’ necessario, tuttavia, soffermarsi sul design come progetto di comunicazione, per lo più trascurato dagli studi tradizionali di questo settore.
Il rapporto che lega l’oggetto artigianale al proprio utilizzatore è di tipo specifico: colui che nelle odierne società occidentali lo acquista, acquisisce con esso la sua tracciabilità storica e funzionale. In altre parole, le informazioni sulla storia e sulle modalità di funzionamento dell’oggetto artigianale lo seguono mediante il rapporto che intercorre tra utente e artigiano o tra utente e strutture commerciali impegnate nel rappresentare culturalmente alcuni tratti dell’opera. Per questo motivo l’oggetto artigianale può assumere forme e motivi non conformi alle nostre aspettative. Quando il rapporto tra tracciabilità dell’oggetto artigianale e utente viene meno l’oggetto si è ricollocato, con ogni probabilità, su un nuovo piano di senso (come nel caso del collezionismo).
L’oggetto industriale, invece, è caratterizzato dalla sottrazione delle specificità informative presenti in quello artigianale. Il sistema della comunicazione sulle modalità d’uso e sulla provenienza si è trasferito su un supporto altamente specializzato: quello delle istruzioni per l’uso che accompagnano l’oggetto. La prima comunicazione che l’oggetto deve offrire (una comunicazione che possiamo definire di primo livello) è riferita alla sua funzione. Per attuare questo servizio, il design deve comunicare la propria destinazione d’uso fornendo all’utente un servizio d’interfaccia capace di predisporlo psicologicamente a un determinato rapporto con l’oggetto e a una determinata modalità di utilizzo di questo. Il design costituisce, quindi, la prima forma di comunicazione e di interfacciamento con l’oggetto: nella misura in cui l’oggetto comunica efficacemente la propria destinazione d’uso, attraverso un disegno funzionale, il suo design sarà utile allo scopo per cui è stato pensato. Le istruzioni per l’uso allegate svolgono allora un compito di approfondimento sulle funzioni, una sorta di comunicazione di secondo livello. Se il primo livello di comunicazione non è stato soddisfatto, se l’utente non ha compreso la destinazione d’uso dell’oggetto, il secondo può non attivarsi.
Nonostante la pretesa naturalistica di voler associare forme e materiali a tendenziali modi d’impiego, ci sembra che nel campo della funzionalità prevalga la regola della coazione a ripetere in modo da legare, per mezzo di abitudini percettive, forme e materiali a determinate funzioni. Una volta sedimentata questa associazione si potranno proporre delle varianti di innovazione spingendo l’oggetto, in taluni casi, fino a porlo in un campo che è quello dell’oggetto artistico (è il caso di molti dei contemporanei oggetti di design). Al fine di ottenere un sistema di associazioni stabili il design è supportato da discipline come l’ergonomia e soprattutto l’ergonomia cognitiva che oltre a predire le possibili associazioni di forma e destinazione d’uso, si occupa di monitorare sul corretto utilizzo dell’oggetto (sulla sua capacità di comunicare la destinazione d’uso) in modo da prevenire quella che Umberto Eco definisce “decodifica aberrante” nel processo comunicativo (Eco 1975). Questa comunicazione “blindata” ha principalmente due scopi: la sicurezza (l’oggetto non deve essere mal interpretato e la sua funzione non deve essere scambiata, più o meno volontariamente, con altre funzioni) e la salvaguardia del circuito di circolazione delle merci (gli oggetti non devono essere ritenuti sostituibili con altri oggetti).
Il design è quindi a tutti gli effetti un progetto per la comunicazione dotato di sintassi e di percorsi narrativi veri e propri che oltre a comunicare funzioni e destinazione d’uso suggeriscono all’utente atteggiamenti da tenere e comportamenti da adottare non solo in relazione all’oggetto ma più in generale rispetto all’ambiente circostante. In questo senso, si parla di una vera e propria acquisizione di status dell’utente che gli proviene dal rapporto con l’oggetto. Questo processo di transizione di informazioni riguarda così esplicitamente le discipline interessate alle comunicazione da divenire materia di studio della semiotica (Semprini 1999, Landowsky Marrone 2002) che indaga gli aspetti emotivi e narrativi del design.

Pubblicato in Lessico della Comunicazione Meltemi 2004.

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