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Gli oggetti che siamo abituati a osservare sono dotati di
marche enunciative e di funzioni di segnale che ne chiariscono
destinazione d'uso e modalita' d'uso. Laddove cio' non bastasse
tali oggetti si dotano di una sorta di "bibbia" che ci conferma
passo passo il senso dell'oggetto: le istruzioni per l'uso.
Nel complesso questo sistema si concretizza nei termini
di un apparato prescrittivo di vincoli fisici e cognitivi
o piu' brevemente nella fattitivita' dell'oggetto.
In tutti questi casi piu' che di produzione di senso puo'
essere corretto parlare di riproduzione di senso dato che
gli esiti dell'interazione utente/artefatto appaiono scontati.
Naturalmente questa e' una estrema semplificazione perche'
restano valide due possibili obiezioni: da una parte l'oggetto
puo' apparentemente privilegiare la comunicazione di una
certa funzione ma poi essere scelto dall'utente finale per
una sua funzione seconda magari non adeguatamente sviluppata
dal progettista; dall'altra l'oggetto puo' piu' in generale
presentare degli effetti di senso assolutamente imprevisti
in fase di progettazione. Prioritariamente in relazione
a quest'ultimo caso, mi sembra corretto constatare come
tutto ruoti intorno allo scarto che intercorre tra l'osservare
l'oggetto immerso nelle sue astratte affordance (inviti
all'uso) o collocarlo tra concrete pratiche d'uso. Beninteso
allora che l'esito di un'interazione tra utente e oggetto
non e' mai del tutto prevedibile, in questi casi l'interruzione
della comunicazione costituisce l'eccezione piuttosto che
la regola. Se vuole fuoriuscire dall'orizzonte della riproduzione
di senso la ricerca deve orientarsi su oggetti che pur pensati
e realizzati da esseri umani per esseri umani producono,
di norma, l'eccezioni appena viste.
Macroscopicamente nel campo degli oggetti puo' essere distinto
qualcosa che definiro' "mondo pre-ergonomico" da qualcosa
che definiro' "mondo ergonomico". Parlo di mondo perche'
cio' a cui mi riferisco e' il verificarsi di una serie di
eventi che hanno spinto i progettisti verso l'esigenza di
affermare tracce d'uso piuttosto che altre, vincoli fisici
piuttosto che altri e funzioni di segnale a discapito di
altre. In altre parole, il mondo ergonomico e' un ambiente
in cui si sono imposti e sedimentati limiti fisici e cognitivi
all'uso di oggetti. Si tratta di una costellazione di eventi
la cui storia deve in realta' essere ancora tracciata, organizzata
e opportunamente descritta. Un buon esempio e' costituito
dal caso dalla nascita nel 1907 dei coordinati elettromeccanici
ad opera di Peter Berhens progettista della tedesca AEG.
Tutti gli oggetti producono senso e il tipo di produzione
che sto privilegiando e' solo una tra le tante. Tuttavia
gli oggetti la cui emissione di regole di sequenze d'azioni
attirano di piu' la mia attenzione sono quelli la cui prossimita'
con l'utente e' pressoche' totale. Il motivo di cio' sta
nel fatto che il senso qui indagato non e' affatto un effetto
astratto quanto piuttosto un vero e proprio far fare all'utente.
Se poi alla condizione di prossimita' sommiamo, in questi
oggetti, la vocazione a riprodurre azioni umane l'effetto
diviene ancora piu' interessante. La famiglia di oggetti
che incorpora queste caratteristiche e' quella degli elettromeccanismi
d'uso quotidiano: oggetti semiautomatici prossemicamente
molto vicini all'utente che arredano intensamente il panorama
casalingo e cognitivo da almeno centocinquanta anni.
Nel mondo pre-ergonomico la produzione di senso di questi
oggetti e' pensabile nei termini di una "comunicazione disorganizzata"
che in rapporto all'utente si traduce nella disfunzionalita'
dell'artefatto. Tale disfunzionalita' non deve essere confusa
con l'eccezionalita' della circolazione dell'oggetto; gli
artefatti che vedremo circolarono entro il circuito delle
merci e furono concretamente utilizzati anche se, in alcuni
casi, per periodi limitati di tempo.
Nel mondo pre-ergonomico la disfunzionalita' e' la norma
mentre il completo accordo sulla funzione e' un evento rarissimo.
Detto in altri termini, l'oggetto disfunzionale e' dotato
di una forte flessibilita' interpretativa. Intorno a tali
artefatti non si sedimentano stabilmente i "gruppi sociali
pertinenti": gruppi di utilizzatori cosi' definiti dalla
scuola sociologica di matrice contestualista/costruttivista
che indaga le tecnologie.
Quello disfunzionale e' un oggetto desemantizzato; esso
si rende disponibile, per cosi' dire, sul "mercato dell'immaginario":
un buon esempio di tale procedura e' dato dal rapporto tra
elettromeccanismi Streamline degli anni Trenta - Quaranta
e oggetti volanti non-identificati (UFO). Piu' in generale,
l'emozione del conflitto ufologico (rappresentato dalla
cinematografia e dagli avvistamenti dagli anni Quaranta
fino agli anni Sessanta) puo' essere riletta come proiezione
di un conflitto piu' sotterraneo in cui gli attori sono
gli oggetti disfunzionali da una parte (oggetti appartenenti
ad un mondo pre-ergonomico) e le procedure di normalizzazione
dall'altra (mondo che si ergonomizza). In questo conflitto
la produzione di senso risulta del tutto incontrollata (non-identificata).
Soffermiamioci su un oggetto in particolare. La necessita'
di ragionare intorno a questo artefatto emerge dalla constatazione
che oggetti non identificati (naturalmente d'origine terrestre)
circondano e entrano in contatto con utilizzatori umani
contemporanei.
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Quando
entrai in contatto con l'oggetto appena mostrato non ne
riconobbi la funzione. Da un punto di vista configurativo
e' evidente un colore anomalo (amaranto) per la scocca affusolata;
la funzione del colore sara' compresa solo al termine del
processo d'identificazione. L'intera forma di questo involucro
ricorda lo stile progettistico del gia' citato Streamline.
Data la specifica storia di questo stile, diciamo subito
che se concentrassimo la nostra attenzione sulla conformazione
della scocca potremmo essere tratti in inganno. Da qualche
test compiuto sull'oggetto risulta che i contemporanei,
posti di fronte ad esso, immaginano che la scocca ruoti
al modo di un cestello mescolatore.
Apparentemente e' assente un'interfaccia utente il che potrebbe
far pensare ad un oggetto incompleto. In questo, come in
molti elettromeccanismi delle origini, l'interfaccia si
esprime nei punti prensione e negli spinotti elettrici che
congiungono l'elettrodomestico al cavo elettrico removibile.
Quest'ultimo ha la doppia funzione di alimentare la macchina
e di accenderla. Ad un primo sguardo, come punti prensione
possiamo immaginare di poter utilizzare le strutture metalliche
sottostanti alla scocca, in realta' l'utente entra in contatto
con l'oggetto grazie ai due pomelli in legno posti alle
estremita' dell'involucro superiore (solo uno e' visibile
mentre l'altro e' andato perduto).
Concentriamoci sulle strutture metalliche sottostanti alla
scocca: esse appaiono come fili metallici flessibili/non
flessibili. A livello percettivo si realizza l'opposizione
sostegno/supporto: sostegno nel caso si tratti della base
d'appoggio dell'oggetto stesso (non flessibile); supporto
nel caso di una struttura preposta a sorreggere altri oggetti
(flessibile).
Dal punto di vista dell'analisi della componente tassica
l'oggetto che piu' assomiglia al nostro artefatto e' la
stufa elettrica nella sua funzione di base di oggetto emettitore
di calore. Ad uno sguardo piu' approfondito possiamo infatti
notare una resistenza elettrica all'interno della scocca
superiore (il che spiega anche il colore amaranto scelto
probabilmente per segnalare all'utente la pericolosita'
del contatto).
Le strutture inferiori ricordano delle stampelle piu' che
una base d'appoggio. Per quale ragione privilegiare l'ipotesi
delle stampelle (supporti) piuttosto che quella dei sostegni?
Diverra' piu' chiaro in seguito, tuttavia l'ipotesi dei
sostegni non convince data la precarieta' dell'equilibrio
eventualmente ottenuto. Ad un'osservazione ancora piu' approfondita
ci si accorge che le stampelle appaiono piuttosto anomale
rispetto a quelle che siamo abituati a osservare: morfologicamente
esse non riproducono le spalle umane quanto piuttosto il
bacino (essendo di dimensioni ridotte).
Nella descrizione del processo induttivo abbiamo naturalmente
eliminato alcuni passaggi "investigativi" e siamo rapidamente
giunti alla definizione dell'artefatto come: asciugatore
elettrico per biancheria intima (coulotte nello specifico).
Per quanto riguarda la dimensione funzionale ci soffermeremo
sui gruppi sociali pertinenti. Essi non solo utilizzano
l'oggetto ma sopratutto lo interpretano "lottando" tra loro
per affermarne una definizione. Abbiamo visto in precedenza
come un oggetto non identificato sia un artefatto non stabilizzato
(un oggetto senza una precisa definizione).
Osserviamo tutto cio' piu' nello specifico. I gruppi sociali
pertinenti che ruotarono intorno al nostro oggetto furono
almeno tre (probabilmente di piu', ma ricordiamo che questa
macchina e' priva di documentazione storica): il gruppo
dei tecnici impegnati nell'apportare migliorie in artefatti
di questo tipo (lo sappiamo dalla storia dell'evoluzione
della lavatrice elettrica). Gli utilizzatori professionali
come ad esempio le lavanderie. Gli utilizzatori casalinghi:
poche, ricche famiglie che potevano acquistare questo tipo
di elettrodomestico.
Data l'implicita storia di questo elettromeccanismo (ovvero,
un oggetto senza storia) possiamo ragionevolmente affermare
che con ogni probabilita' il gruppo sociale pertinente che
prevalse sugli altri fu quello dei tecnici. Questo apparentemente
sembra contraddire quanto affermato in precedenza in relazione
alla mancanza di una chiusura interpretativa (mancata vittoria
di un gruppo sociale pertinente). Tuttavia quello dei tecnici
e' un gruppo anomalo perche' quando esso prevale per l'artefatto
puo' significare la fine: nei termini della sua eliminazione
dal circuito delle merci o nei termini della sua sostanziale
riprogettazione che puo' renderlo irriconoscibile rispetto
alla conformazione e alle soluzioni originarie (sappiamo
ad esempio che ben presto gli asciugatori iniziarono ad
ispirarsi piu' al principio della ventilazione dall'asciugacapelli
che al modello a propagazione passiva delle stufe elettriche
dell'epoca).
Ripartiamo dallo scarto tra inviti all'uso e storia delle
pratiche d'uso. Cosa invitava a fare questo oggetto? Lo
sappiamo dalle cronache di oggetti vicini ad esso. In primo
luogo sappiamo che l'utente dei primi elettromeccanismi
era spronato ad acquistare elettrodomestici solo se multiuso
come ad esempio nel caso dei primi aspirapolvere che funzionavano
anche da ascigacapelli. Altri esempi sono: l'aspirapolvere/frullatore,
la spazzola per la pulizia dei mobili contemporaneamente
utilizzata come spazzola per i capelli, lo scaldabagno/lavatrice/rifrigeratore,
eccetera. Sappiamo inoltre che i primi elettromeccanismi
a causa di un'indubbia debolezza nell'affermazione della
destinazione d'uso spronavano l'utilizzatore a deturnarne
la funzione. Se cio' non bastasse aggiungiamo una testimonianza
(raccolta ormai a identificazione avvenuta) che ci racconta
di alcuni incidenti provocati da oggetti non dissimili da
quello che stiamo analizzando. Esso poteva essere impiegato
al modo di una piccola stufa utilizzando le stampelle supporto
come inadeguati sostegni. L'oggetto veniva posizionato davanti
agli abiti stesi in casa in modo che la sua originaria funzione
(asciugare esclusivamente piccola biancheria) potesse essere
ampliata (asciugare biancheria di dimensioni piu' significative).
Nei non rari casi in cui le stampelle supporto sbilanciavano
l'elettrodomestico, la resistenza elettrica poteva incendiare
la biancheria.
Per concludere, il panorama degli oggetti elettromeccanici
ci conduce gia' oggi (a circa duecento anni dalla loro comparsa)
in una dimensione di ricerca archeologica.
Ecco allora i due versanti problematici; date le premesse:
1a) gli oggetti disfunzionali sembra esercitino integralmente
quella pratica di produzione di effetti di senso concretamente
inserita entro pratiche d'uso (oggetti esemplari);
1b) l'esistenza di questi oggetti problematizza l'iter
investigativo proposto da uno dei piu' fecondi approcci
sociologici alla tecnologia: quello contestualista/costruttivista.
I limiti di questo approccio sono tipicamente sociologici:
l'oggetto privo di documentazione storica (cronologia e
storia dell'attribuzione di senso) e' per il sociologo un
artefatto muto o un frammento non significativo. L'approccio
semiotico interviene proprio su questa incapacita' di cogliere
elementi significativi (effetti di senso) lasciando, per
cosi' dire, l'onere della narrazione all'oggetto;
2) archeologia delle tecnologie, dicevo. Un metodo
di indagine che e' in realta' il terreno d'incontro e di
confronto per la semiotica degli oggetti, la sociologia
della tecnologia, l'archeologia sperimentale e della produzione.
Torniamo allora brevemente al nostro asciugatore solo per
evadere un debito con l'approccio archeologico, in questo
caso, specificatamente riferito allo studio del sedimento.
La certezza sulla destinazione d'uso dell'asciugatore e'
stata agevolata dalla scoperta di alcune tracce significative
entro il contesto di ritrovamento. In questo caso il cumolo
postdeposizionale in cui giaceva l'asciugatore nascondeva
i frammenti di un ferro da stiro Zenith. Questo elettrodomestico
degli anni Venti e' storicamente molto ben documentato a
differenza dell'asciugatore. Da questo punto di vista il
ferro da stiro oltre a fornirci una conferma implicita sul
contesto d'uso dell'oggetto non identificato ci consente
ragionevolmente anche di datarlo con approssimazione entro
il medesimo decennio.
Bibliografia:
Bijker
. E., La bicicletta e altre innovazioni, McGraw-Hill,
1998;
Deni M., Oggetti in azione, Franco Angeli, 2002;
Floch J. M., Identita' visive, Franco Angeli, 1997.
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