Macchine non identificate di Fabrizio Carli


Gli oggetti che siamo abituati a osservare sono dotati di marche enunciative e di funzioni di segnale che ne chiariscono destinazione d'uso e modalita' d'uso. Laddove cio' non bastasse tali oggetti si dotano di una sorta di "bibbia" che ci conferma passo passo il senso dell'oggetto: le istruzioni per l'uso. Nel complesso questo sistema si concretizza nei termini di un apparato prescrittivo di vincoli fisici e cognitivi o piu' brevemente nella fattitivita' dell'oggetto.
In tutti questi casi piu' che di produzione di senso puo' essere corretto parlare di riproduzione di senso dato che gli esiti dell'interazione utente/artefatto appaiono scontati.
Naturalmente questa e' una estrema semplificazione perche' restano valide due possibili obiezioni: da una parte l'oggetto puo' apparentemente privilegiare la comunicazione di una certa funzione ma poi essere scelto dall'utente finale per una sua funzione seconda magari non adeguatamente sviluppata dal progettista; dall'altra l'oggetto puo' piu' in generale presentare degli effetti di senso assolutamente imprevisti in fase di progettazione. Prioritariamente in relazione a quest'ultimo caso, mi sembra corretto constatare come tutto ruoti intorno allo scarto che intercorre tra l'osservare l'oggetto immerso nelle sue astratte affordance (inviti all'uso) o collocarlo tra concrete pratiche d'uso. Beninteso allora che l'esito di un'interazione tra utente e oggetto non e' mai del tutto prevedibile, in questi casi l'interruzione della comunicazione costituisce l'eccezione piuttosto che la regola. Se vuole fuoriuscire dall'orizzonte della riproduzione di senso la ricerca deve orientarsi su oggetti che pur pensati e realizzati da esseri umani per esseri umani producono, di norma, l'eccezioni appena viste.
Macroscopicamente nel campo degli oggetti puo' essere distinto qualcosa che definiro' "mondo pre-ergonomico" da qualcosa che definiro' "mondo ergonomico". Parlo di mondo perche' cio' a cui mi riferisco e' il verificarsi di una serie di eventi che hanno spinto i progettisti verso l'esigenza di affermare tracce d'uso piuttosto che altre, vincoli fisici piuttosto che altri e funzioni di segnale a discapito di altre. In altre parole, il mondo ergonomico e' un ambiente in cui si sono imposti e sedimentati limiti fisici e cognitivi all'uso di oggetti. Si tratta di una costellazione di eventi la cui storia deve in realta' essere ancora tracciata, organizzata e opportunamente descritta. Un buon esempio e' costituito dal caso dalla nascita nel 1907 dei coordinati elettromeccanici ad opera di Peter Berhens progettista della tedesca AEG.
Tutti gli oggetti producono senso e il tipo di produzione che sto privilegiando e' solo una tra le tante. Tuttavia gli oggetti la cui emissione di regole di sequenze d'azioni attirano di piu' la mia attenzione sono quelli la cui prossimita' con l'utente e' pressoche' totale. Il motivo di cio' sta nel fatto che il senso qui indagato non e' affatto un effetto astratto quanto piuttosto un vero e proprio far fare all'utente. Se poi alla condizione di prossimita' sommiamo, in questi oggetti, la vocazione a riprodurre azioni umane l'effetto diviene ancora piu' interessante. La famiglia di oggetti che incorpora queste caratteristiche e' quella degli elettromeccanismi d'uso quotidiano: oggetti semiautomatici prossemicamente molto vicini all'utente che arredano intensamente il panorama casalingo e cognitivo da almeno centocinquanta anni.
Nel mondo pre-ergonomico la produzione di senso di questi oggetti e' pensabile nei termini di una "comunicazione disorganizzata" che in rapporto all'utente si traduce nella disfunzionalita' dell'artefatto. Tale disfunzionalita' non deve essere confusa con l'eccezionalita' della circolazione dell'oggetto; gli artefatti che vedremo circolarono entro il circuito delle merci e furono concretamente utilizzati anche se, in alcuni casi, per periodi limitati di tempo.
Nel mondo pre-ergonomico la disfunzionalita' e' la norma mentre il completo accordo sulla funzione e' un evento rarissimo. Detto in altri termini, l'oggetto disfunzionale e' dotato di una forte flessibilita' interpretativa. Intorno a tali artefatti non si sedimentano stabilmente i "gruppi sociali pertinenti": gruppi di utilizzatori cosi' definiti dalla scuola sociologica di matrice contestualista/costruttivista che indaga le tecnologie.
Quello disfunzionale e' un oggetto desemantizzato; esso si rende disponibile, per cosi' dire, sul "mercato dell'immaginario": un buon esempio di tale procedura e' dato dal rapporto tra elettromeccanismi Streamline degli anni Trenta - Quaranta e oggetti volanti non-identificati (UFO). Piu' in generale, l'emozione del conflitto ufologico (rappresentato dalla cinematografia e dagli avvistamenti dagli anni Quaranta fino agli anni Sessanta) puo' essere riletta come proiezione di un conflitto piu' sotterraneo in cui gli attori sono gli oggetti disfunzionali da una parte (oggetti appartenenti ad un mondo pre-ergonomico) e le procedure di normalizzazione dall'altra (mondo che si ergonomizza). In questo conflitto la produzione di senso risulta del tutto incontrollata (non-identificata).
Soffermiamioci su un oggetto in particolare. La necessita' di ragionare intorno a questo artefatto emerge dalla constatazione che oggetti non identificati (naturalmente d'origine terrestre) circondano e entrano in contatto con utilizzatori umani contemporanei.

Quando entrai in contatto con l'oggetto appena mostrato non ne riconobbi la funzione. Da un punto di vista configurativo e' evidente un colore anomalo (amaranto) per la scocca affusolata; la funzione del colore sara' compresa solo al termine del processo d'identificazione. L'intera forma di questo involucro ricorda lo stile progettistico del gia' citato Streamline. Data la specifica storia di questo stile, diciamo subito che se concentrassimo la nostra attenzione sulla conformazione della scocca potremmo essere tratti in inganno. Da qualche test compiuto sull'oggetto risulta che i contemporanei, posti di fronte ad esso, immaginano che la scocca ruoti al modo di un cestello mescolatore.
Apparentemente e' assente un'interfaccia utente il che potrebbe far pensare ad un oggetto incompleto. In questo, come in molti elettromeccanismi delle origini, l'interfaccia si esprime nei punti prensione e negli spinotti elettrici che congiungono l'elettrodomestico al cavo elettrico removibile. Quest'ultimo ha la doppia funzione di alimentare la macchina e di accenderla. Ad un primo sguardo, come punti prensione possiamo immaginare di poter utilizzare le strutture metalliche sottostanti alla scocca, in realta' l'utente entra in contatto con l'oggetto grazie ai due pomelli in legno posti alle estremita' dell'involucro superiore (solo uno e' visibile mentre l'altro e' andato perduto).
Concentriamoci sulle strutture metalliche sottostanti alla scocca: esse appaiono come fili metallici flessibili/non flessibili. A livello percettivo si realizza l'opposizione sostegno/supporto: sostegno nel caso si tratti della base d'appoggio dell'oggetto stesso (non flessibile); supporto nel caso di una struttura preposta a sorreggere altri oggetti (flessibile).
Dal punto di vista dell'analisi della componente tassica l'oggetto che piu' assomiglia al nostro artefatto e' la stufa elettrica nella sua funzione di base di oggetto emettitore di calore. Ad uno sguardo piu' approfondito possiamo infatti notare una resistenza elettrica all'interno della scocca superiore (il che spiega anche il colore amaranto scelto probabilmente per segnalare all'utente la pericolosita' del contatto).
Le strutture inferiori ricordano delle stampelle piu' che una base d'appoggio. Per quale ragione privilegiare l'ipotesi delle stampelle (supporti) piuttosto che quella dei sostegni? Diverra' piu' chiaro in seguito, tuttavia l'ipotesi dei sostegni non convince data la precarieta' dell'equilibrio eventualmente ottenuto. Ad un'osservazione ancora piu' approfondita ci si accorge che le stampelle appaiono piuttosto anomale rispetto a quelle che siamo abituati a osservare: morfologicamente esse non riproducono le spalle umane quanto piuttosto il bacino (essendo di dimensioni ridotte).
Nella descrizione del processo induttivo abbiamo naturalmente eliminato alcuni passaggi "investigativi" e siamo rapidamente giunti alla definizione dell'artefatto come: asciugatore elettrico per biancheria intima (coulotte nello specifico).
Per quanto riguarda la dimensione funzionale ci soffermeremo sui gruppi sociali pertinenti. Essi non solo utilizzano l'oggetto ma sopratutto lo interpretano "lottando" tra loro per affermarne una definizione. Abbiamo visto in precedenza come un oggetto non identificato sia un artefatto non stabilizzato (un oggetto senza una precisa definizione).
Osserviamo tutto cio' piu' nello specifico. I gruppi sociali pertinenti che ruotarono intorno al nostro oggetto furono almeno tre (probabilmente di piu', ma ricordiamo che questa macchina e' priva di documentazione storica): il gruppo dei tecnici impegnati nell'apportare migliorie in artefatti di questo tipo (lo sappiamo dalla storia dell'evoluzione della lavatrice elettrica). Gli utilizzatori professionali come ad esempio le lavanderie. Gli utilizzatori casalinghi: poche, ricche famiglie che potevano acquistare questo tipo di elettrodomestico.
Data l'implicita storia di questo elettromeccanismo (ovvero, un oggetto senza storia) possiamo ragionevolmente affermare che con ogni probabilita' il gruppo sociale pertinente che prevalse sugli altri fu quello dei tecnici. Questo apparentemente sembra contraddire quanto affermato in precedenza in relazione alla mancanza di una chiusura interpretativa (mancata vittoria di un gruppo sociale pertinente). Tuttavia quello dei tecnici e' un gruppo anomalo perche' quando esso prevale per l'artefatto puo' significare la fine: nei termini della sua eliminazione dal circuito delle merci o nei termini della sua sostanziale riprogettazione che puo' renderlo irriconoscibile rispetto alla conformazione e alle soluzioni originarie (sappiamo ad esempio che ben presto gli asciugatori iniziarono ad ispirarsi piu' al principio della ventilazione dall'asciugacapelli che al modello a propagazione passiva delle stufe elettriche dell'epoca).
Ripartiamo dallo scarto tra inviti all'uso e storia delle pratiche d'uso. Cosa invitava a fare questo oggetto? Lo sappiamo dalle cronache di oggetti vicini ad esso. In primo luogo sappiamo che l'utente dei primi elettromeccanismi era spronato ad acquistare elettrodomestici solo se multiuso come ad esempio nel caso dei primi aspirapolvere che funzionavano anche da ascigacapelli. Altri esempi sono: l'aspirapolvere/frullatore, la spazzola per la pulizia dei mobili contemporaneamente utilizzata come spazzola per i capelli, lo scaldabagno/lavatrice/rifrigeratore, eccetera. Sappiamo inoltre che i primi elettromeccanismi a causa di un'indubbia debolezza nell'affermazione della destinazione d'uso spronavano l'utilizzatore a deturnarne la funzione. Se cio' non bastasse aggiungiamo una testimonianza (raccolta ormai a identificazione avvenuta) che ci racconta di alcuni incidenti provocati da oggetti non dissimili da quello che stiamo analizzando. Esso poteva essere impiegato al modo di una piccola stufa utilizzando le stampelle supporto come inadeguati sostegni. L'oggetto veniva posizionato davanti agli abiti stesi in casa in modo che la sua originaria funzione (asciugare esclusivamente piccola biancheria) potesse essere ampliata (asciugare biancheria di dimensioni piu' significative). Nei non rari casi in cui le stampelle supporto sbilanciavano l'elettrodomestico, la resistenza elettrica poteva incendiare la biancheria.
Per concludere, il panorama degli oggetti elettromeccanici ci conduce gia' oggi (a circa duecento anni dalla loro comparsa) in una dimensione di ricerca archeologica.
Ecco allora i due versanti problematici; date le premesse:
1a) gli oggetti disfunzionali sembra esercitino integralmente quella pratica di produzione di effetti di senso concretamente inserita entro pratiche d'uso (oggetti esemplari);
1b) l'esistenza di questi oggetti problematizza l'iter investigativo proposto da uno dei piu' fecondi approcci sociologici alla tecnologia: quello contestualista/costruttivista. I limiti di questo approccio sono tipicamente sociologici: l'oggetto privo di documentazione storica (cronologia e storia dell'attribuzione di senso) e' per il sociologo un artefatto muto o un frammento non significativo. L'approccio semiotico interviene proprio su questa incapacita' di cogliere elementi significativi (effetti di senso) lasciando, per cosi' dire, l'onere della narrazione all'oggetto;
2) archeologia delle tecnologie, dicevo. Un metodo di indagine che e' in realta' il terreno d'incontro e di confronto per la semiotica degli oggetti, la sociologia della tecnologia, l'archeologia sperimentale e della produzione. Torniamo allora brevemente al nostro asciugatore solo per evadere un debito con l'approccio archeologico, in questo caso, specificatamente riferito allo studio del sedimento. La certezza sulla destinazione d'uso dell'asciugatore e' stata agevolata dalla scoperta di alcune tracce significative entro il contesto di ritrovamento. In questo caso il cumolo postdeposizionale in cui giaceva l'asciugatore nascondeva i frammenti di un ferro da stiro Zenith. Questo elettrodomestico degli anni Venti e' storicamente molto ben documentato a differenza dell'asciugatore. Da questo punto di vista il ferro da stiro oltre a fornirci una conferma implicita sul contesto d'uso dell'oggetto non identificato ci consente ragionevolmente anche di datarlo con approssimazione entro il medesimo decennio.

Bibliografia:

Bijker . E., La bicicletta e altre innovazioni, McGraw-Hill, 1998;
Deni M., Oggetti in azione, Franco Angeli, 2002;
Floch J. M., Identita' visive, Franco Angeli, 1997.


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