Sociologia della Tecnologia di Nicola Pentecoste

La "sociologia della tecnologia", lungi dal rappresentare una vera e propria disciplina, è di fatto un indirizzo di studio sorto nella seconda metà degli anni ottanta in seno alla "sociologia della conoscenza scientifica" (Sociology of Scientific Knowledge - SSK) e in concomitanza con una nuovo interesse verso la tecnologia, tant'è che più frequentemente si parla di "studi sociali della tecnologia" (STS).
Tra i lavori che hanno preparato l'avvento di questo nuovo oggetto di studio, a lungo tralasciato dalle scienze sociali, ad eccezione del saggio di Robert K. Merton pubblicato nel 1938, Scienza, tecnologia e società dell'Inghilterra del diciassettesimo secolo, non possiamo non citare Laboratory life: the social construction of scientific facts (1979) di Bruno Latour e Steve Woolgar e The manifacture of knowledge: an essay on the constructivist and contextual nature of science (1981) Karin D. Knorr-Cetina. Questi autori di chiaro indirizzo costruttivista, rispetto agli orientamenti precedenti espressi dalla SSK, si rivolgono alla realtà del laboratorio ed alla scienza in divenire piuttosto che alla ricostruzione di eventi del passato, privilegiando i concetti di pratica sociale e di negoziazione. Questa scelta comporta anche una diversa metodologia d'indagine, non più basata sui soli resoconti e sulle interpretazioni degli stessi scienziati, ma sull'osservazione empirica del loro lavoro attraverso la registrazione e l'annotazione delle conversazioni (per esempio, il metodo dell'osservatore estraneo mutuato dall'etnometodologia di Garfinkel), ma anche l'analisi degli appunti, delle bozze e delle stesure, sia provvisorie che definitive, dei paper.
Questi studi, pur concentrandosi sulla costruzione dei fatti scientifici, non mancano di introdurre interessanti riflessioni sul ruolo giocato dalla tecnologia all'interno della vita del laboratorio, che oltre ad essere un luogo artificiale (socialmente costruito) è anche un luogo intriso di elementi tecnici. Interessante è la lezione derivata da Latour e Michel Callon nella formulazione della loro Actor Network Theory (ANT), che nasce dalla necessità di legare i processi decisionali e negoziali interni ai laboratori al contesto più vasto della società. Ogni enunciato può assurgere allo status di fatto o artefatto tecnico solamente se inserito in un processo collettivo che vede coinvolti attori umani e non-umani in reti di relazione. Nella teoria è superata la distinzione tra scienza e tecnologia in favore dell'adozione del concetto di tecno-scienza, che descrive meglio la natura ibrida di ogni fatto scientifico e ogni artefatto tecnico, i quali una volta consolidati, vengono citati ed utilizzati senza più essere messi in discussione.
All'interno di questo corpus teorico nasce appunto l'analisi sociologica della tecnologia, soprattutto grazie all'attività di ricerca di personaggi quali Trevor J. Pinch e Wiebe E. Bijker. Quest'ultimo è divenuto famoso anche fuori dell'ambito ristretto dei sociologi dopo la pubblicazione de La bicicletta ed altre innovazioni in cui è applicato un modello di analisi allo studio dell'innovazione, definito SCOT (Social Construction of Technology). Nel libro vengono analizzati tre case studies che ripercorrono il processo di affermazione di altrettanti artefatti tecnici: la bicicletta, la lampada a fluorescenza e la bakelite, ovvero la prima plastica sintetica. Secondo questo modello una tecnologia assume tante forme quanti sono i gruppi sociali che partecipano al dibattito creatosi intorno ad essa, secondo un processo schematizzabile in tre fasi. Nella prima, definita della flessibilità interpretativa, alcune funzioni specifiche vengono incorporate nell'artefatto tecnico ancora in definizione, cosicché non si ha ancora una forma definita. Un artefatto nasce per così dire in risposta alla soluzione di problemi specifici fatti propri da uno specifico gruppo sociale pertinente. Nella seconda fase del processo si viene a creare un dibattito pubblico su quali siano i criteri di efficienza dell'artefatto e quale sia la sua forma migliore, dove migliore non vuol dire solo tecnologicamente ottimale, ma anche socialmente accettato. Successivamente - terza fase - la flessibilità interpretativa si riduce attraverso il raggiungimento di un consenso tra i gruppi pertinenti che partecipano al dibattito. Tale processo è definito come meccanismo di chiusura ed è simile a quello illustrato da Thomas Kuhn sulla soluzione delle controversie scientifiche. Rispetto a quelli dello SCOT i teorici del social shaping forniscono un orientamento più completo ed articolato ma nello stesso tempo metodologicamente più indeterminato ed astratto allo studio delle tecnologie a partire dall'adozione del concetto più flessibile di modellamento sociale rispetto a quello di costruzione. Tuttavia va riconosciuta loro la capacità di estendere lo sguardo oltre il campo stretto dell'innovazione e di inserire l'artefatto tecnologico in un contesto spazio-temporale più ampio, che contempla un numero di variabili maggiore se paragonati al modello di Bijker. Va detto, però, che l'insieme delle differenze non può certo inficiare il carattere comune dei due tipi di approcci, che anzi possiamo in un certo qual modo considerare integrabili in un sistema teorico più vasto attualmente in formazione.


Torna a Materiali

 

 


 

Nicola Pentecoste: collabora presso la Cattedra di Sociologia delle Comunicazioni di Massa di Roma "La Sapienza" del prof. Alberto Abruzzese. Si occupa di Sociologia della Tecnologia e di Ergonomia. La scheda di Nicola Pentecoste sulla cattedra di Sociologia delle Comunicazioni di Massa