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La
"sociologia della tecnologia", lungi dal rappresentare una
vera e propria disciplina, è di fatto un indirizzo di studio
sorto nella seconda metà degli anni ottanta in seno alla
"sociologia della conoscenza scientifica" (Sociology of
Scientific Knowledge - SSK) e in concomitanza con una nuovo
interesse verso la tecnologia, tant'è che più frequentemente
si parla di "studi sociali della tecnologia" (STS).
Tra i lavori che hanno preparato l'avvento di questo nuovo
oggetto di studio, a lungo tralasciato dalle scienze sociali,
ad eccezione del saggio di Robert K. Merton pubblicato nel
1938, Scienza, tecnologia e società dell'Inghilterra del diciassettesimo
secolo, non possiamo non citare Laboratory life: the social
construction of scientific facts (1979) di Bruno Latour e
Steve Woolgar e The manifacture of knowledge: an essay on
the constructivist and contextual nature of science (1981)
Karin D. Knorr-Cetina. Questi autori di chiaro indirizzo costruttivista,
rispetto agli orientamenti precedenti espressi dalla SSK,
si rivolgono alla realtà del laboratorio ed alla scienza in
divenire piuttosto che alla ricostruzione di eventi del passato,
privilegiando i concetti di pratica sociale e di negoziazione.
Questa scelta comporta anche una diversa metodologia d'indagine,
non più basata sui soli resoconti e sulle interpretazioni
degli stessi scienziati, ma sull'osservazione empirica del
loro lavoro attraverso la registrazione e l'annotazione delle
conversazioni (per esempio, il metodo dell'osservatore estraneo
mutuato dall'etnometodologia di Garfinkel), ma anche l'analisi
degli appunti, delle bozze e delle stesure, sia provvisorie
che definitive, dei paper.
Questi studi, pur concentrandosi sulla costruzione dei fatti
scientifici, non mancano di introdurre interessanti riflessioni
sul ruolo giocato dalla tecnologia all'interno della vita
del laboratorio, che oltre ad essere un luogo artificiale
(socialmente costruito) è anche un luogo intriso di elementi
tecnici. Interessante è la lezione derivata da Latour e Michel
Callon nella formulazione della loro Actor Network Theory
(ANT), che nasce dalla necessità di legare i processi decisionali
e negoziali interni ai laboratori al contesto più vasto della
società. Ogni enunciato può assurgere allo status di fatto
o artefatto tecnico solamente se inserito in un processo collettivo
che vede coinvolti attori umani e non-umani in reti di relazione.
Nella teoria è superata la distinzione tra scienza e tecnologia
in favore dell'adozione del concetto di tecno-scienza, che
descrive meglio la natura ibrida di ogni fatto scientifico
e ogni artefatto tecnico, i quali una volta consolidati, vengono
citati ed utilizzati senza più essere messi in discussione.
All'interno di questo corpus teorico nasce appunto l'analisi
sociologica della tecnologia, soprattutto grazie all'attività
di ricerca di personaggi quali Trevor J. Pinch e Wiebe E.
Bijker. Quest'ultimo è divenuto famoso anche fuori dell'ambito
ristretto dei sociologi dopo la pubblicazione de La bicicletta
ed altre innovazioni in cui è applicato un modello di analisi
allo studio dell'innovazione, definito SCOT (Social Construction
of Technology). Nel libro vengono analizzati tre case studies
che ripercorrono il processo di affermazione di altrettanti
artefatti tecnici: la bicicletta, la lampada a fluorescenza
e la bakelite, ovvero la prima plastica sintetica. Secondo
questo modello una tecnologia assume tante forme quanti sono
i gruppi sociali che partecipano al dibattito creatosi intorno
ad essa, secondo un processo schematizzabile in tre fasi.
Nella prima, definita della flessibilità interpretativa, alcune
funzioni specifiche vengono incorporate nell'artefatto tecnico
ancora in definizione, cosicché non si ha ancora una forma
definita. Un artefatto nasce per così dire in risposta alla
soluzione di problemi specifici fatti propri da uno specifico
gruppo sociale pertinente. Nella seconda fase del processo
si viene a creare un dibattito pubblico su quali siano i criteri
di efficienza dell'artefatto e quale sia la sua forma migliore,
dove migliore non vuol dire solo tecnologicamente ottimale,
ma anche socialmente accettato. Successivamente - terza fase
- la flessibilità interpretativa si riduce attraverso il raggiungimento
di un consenso tra i gruppi pertinenti che partecipano al
dibattito. Tale processo è definito come meccanismo di chiusura
ed è simile a quello illustrato da Thomas Kuhn sulla soluzione
delle controversie scientifiche. Rispetto a quelli dello SCOT
i teorici del social shaping forniscono un orientamento più
completo ed articolato ma nello stesso tempo metodologicamente
più indeterminato ed astratto allo studio delle tecnologie
a partire dall'adozione del concetto più flessibile di modellamento
sociale rispetto a quello di costruzione. Tuttavia va riconosciuta
loro la capacità di estendere lo sguardo oltre il campo stretto
dell'innovazione e di inserire l'artefatto tecnologico in
un contesto spazio-temporale più ampio, che contempla un numero
di variabili maggiore se paragonati al modello di Bijker.
Va detto, però, che l'insieme delle differenze non può certo
inficiare il carattere comune dei due tipi di approcci, che
anzi possiamo in un certo qual modo considerare integrabili
in un sistema teorico più vasto attualmente in formazione.
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